TEORIA VULCANICA

X

TEORIA VULCANICA

I

Pensare vulcanicamente”

Per noi che viviamo a Puebla, il Popocapetl è un punto di riferimento costante, visualmente e teoricamente.

Il vulcano è una bellezza. La sua bellezza non si trova soltanto in ciò che si vede(la cima innevata, il fumo che si alza dalla neve), ma anche in quello che non si vede: il cuore represso però ribelle. E’ il contrasto ciò che ci attrae, il contrasto fra il freddo e il caldo, fra la neve fuori e la fornace dentro, la passività tranquilla del fuori e l’attività frenetica del dentro, la prevedibilità apparente del fuori e l’imprevedibilità totale del dentro. Ma soprattutto il vulcano è testimone costante della forza di ciò che è represso.

Qui vicino al vulcano, non c’è nessuno spazio per la “malinconia della sinistra”, così alacremente coltivata dagli studiosi, come per lo studio del capitalismo come lagna, per le denunce costanti dei danni del capitalismo, per il pianto incessante riguardo l’ingiustizia.

Qui dove le viscere ribollenti del vulcano minacciano di debordare in qualunque momento l’unica cosa che possiamo fare è ricacciare indietro il pianto, interrogarci sul fervore sociale, concentrandoci non sulla dominazione ma piuttosto sul cuore represso della società. Il nostro domandare non è un domandare neutro. oggettivo, ma un domandare soggettivo, di parte, dato che nel vulcano riconosciamo noi stessi.

Noi siamo il cuore represso ma ribelle.

Pensare vulcanicamente è afferrare questa ribellione come punto di partenza e provare a capire la nostra forza.

II

Potere e anti-potere”

Come possiamo esplorare la forza del represso, cioè la nostra forza? Come possiamo investigare l’instabilità della società?

Qualunque studio si basa nella forza del represso ed è uno studio critico e di parte.

La società ci appare come società stabile e ci chiede di analizzarla oggettivamente, come se ci trovassimo al di fuori di essa, come se fossimo indifferenti alla possibile autodistruzione dell’umanità. Prendere come punto di partenza la natura vulcanica della società, basarsi nell’instabilità dell’ “ordine” sociale è già uno schierarsi, è un dichiarare il proprio interesse nel cambiare la società radicalmente.

Il nostro movimento vulcanico, la nostra sensazione di essere repressi però ribelli, nasce dalla nostra esperienza diretta e indiretta: l’esperienza della repressione sul luogo di lavoro e nella vita, l’esperienza di assistere agli orrori e alla violenza di un mondo grottescamente ingiusto, la partecipazione ad una umanità che si sta estinguendo. Denunciare e basta le ingiustizie del mondo, sottolineare ciò che di male c’è nel capitalismo, è estremamente ambiguo. Attraverso la denuncia del potere e della dominazione, finiamo facilmente a dipingere un mondo così nero che sembra non esista nessuna via d’uscita, nessuna speranza. Contrariamente alle nostre intenzioni finiamo per mettere un lucchetto ad un mondo chiuso invece che aprirlo, in questo modo fortificando il potere che volevamo criticare. Per noi il Popocapetl è un ricordo costante del fatto che non possiamo prendere l’equilibrio come punto di partenza, del fatto non dobbiamo cominciare dalla dominazione, ma dall’insubordinazione, dallo squilibrio, non il potere ma l’anti-potere. Quello che sta dentro al vulcano è qualitativamente differente da quello che c’è fuori. Quello che si vede fuori è freddo e stabile: quello che sta dentro è caldo e volatile. Il fuori contiene, il dentro minaccia tutto il tempo di esplodere, di esondare. Se il potere sta fuori, quello che sta dentro non è potere né contro-potere , ma anti-potere, qualcosa di ben diverso.

L’anti-potere non è evidente sulla superficie della società. La televisione, i giornali, i discorsi dei politici non forniscono nessuna indicazione della sua esistenza. Per loro, la politica è la politica del potere, il conflitto politico ha a che fare con conquistare il potere, la realtà politica è la realtà del potere. Per loro l’anti-potere è invisibile.

Se guardiamo più da vicino o comunque se guardiamo aldilà dei telegiornali, aldilà dei giornali, aldilà dei partiti politici e delle istituzioni, possiamo vedere un mondo di lotta; i municipi autonomi del Chiapas, gli studenti dell’UNAM, l’onda di azioni contro il potere del denaro che ha avuto luogo in tutto il mondo lo scorso 18 giugno, le lotte dei clandestini in Europa, le lotte degli elettricisti contro la privatizzazione, etc, etc. . . C’è tutto un mondo di lotte extra-istituzionali non per il potere ma contro il potere. C’è tutto un mondo di lotte che a volte non dice di più che “No!”, ma che molte volte nel dire “No!” sviluppa forme di autodeterminazione o articola concetti alternativi di come dovrebbe essere il mondo. Queste lotte se sono riportate nei media, sono filtrate attraverso le lenti del potere, sono visibili solo fino a quando hanno un impatto sulla politica del potere.

Il primo problema per parlare di anti-potere, dell’insubordinazione repressa che ribolle dentro al vulcano è la sua invisibilità. E’ invisibile non perché non esista, ma poiché i concetti attraverso i quali guardiamo il mondo sono concetti di potere. Per osservare l’anti-potere abbiamo bisogno di altri concetti.

Tutti i movimenti ribelli sono movimenti contro l’invisibilità. L’esempio più ovvio forse è quello del movimento femminista dentro cui quale gran parte della lotta è stata una lotta per rendere visibile quello che prima era invisibile: rendere visibile lo sfruttamento e l’ oppressione delle donne, però più che questo, rendere visibile la presenza delle donne nel mondo, per riscrivere una storia dalla quale la loro presenza era stata in gran parte eliminata. La lotta per la visibilità è centrale anche per il movimento indigeno contemporaneo. Gli zapatisti si mettono il passamontagna perché li si guardi: “copriamo il volto perché ci vedano” dicono, “la nostra lotta è la lotta dei senza volto”. Però c’è da fare una distinzione qui. Il problema dell’anti-potere non è come emancipare una realtà oppressa (le donne, gli indigeni), ma come liberare un’identità non-oppressa, un “no” comune e attuale, quotidiano, invisibile, come liberare il rimbombo della sovversione mentre si cammina per strada, liberare il vulcano soffocato dallo stare seduti su una sedia.

Se diamo un’identità al malcontento – “noi siamo donne”, “noi siamo indigeni”-, stiamo imponendo già una limitazione, una definizione. Da qui il significato dei passamontagna zapatisti che non ci comunicano solamente “noi siamo indigeni e stiamo lottando per il riconoscimento della nostra identità”, ma anche e molto più profondamente, “la nostra lotta è la lotta della non-identità, la lotta dell’invisibile, del senza volto”

Il primo passo per superare l’invisibilità è cambiare il modo di vedere il mondo, pensare il mondo dalla prospettiva della lotta. Può sembrare ovvio, però questo non è stato l’ approccio prevalente della tradizione marxista che si è concentrata molto di più nella comprensione della dominazione capitalista. La critica alla tradizione oggettivista del marxismo ortodosso è stata formulata da Tronti. “Noi abbiamo lavorato anche con un’idea che mette i capitalisti in primo piano e i lavoratori in secondo piano. Questo è un grande errore. E ora dobbiamo rovesciare il problema, invertire la polarità e cominciare di nuovo dall’inizio: e l’inizio è la lotta di classe della classe lavoratrice”.

L’inversione della polarità ha aperto un nuovo orizzonte di visibilità. Attraverso il lavoro dei sociologi, degli storici, antropologi (etc.) radicali, abbiamo imparato a essere più coscienti dell’onnipresenza dell’opposizione al potere, sul posto di lavoro e nelle strade. Si è aperta una nuova sensibilità, generalmente associata con le lotte contro l’invisibilità e che prende queste lotte come punto di partenza della ricerca (il movimento femminista, il movimento gay, il movimento indigeno).

La sfida che pone la sensibilità del ricercare è ben spiegata da un proverbio etiope citato da Scott all’inizio del suo libro su Domination and the Arts of Resistance :

Quando passa il padrone, il contadino saggio fa una grande riverenza e lancia un peto silenzioso”

Per gli occhi, l’udito e il naso del signore, il peto del contadino è totalmente impercettibile.

Per il contadino stesso, per gli altri contadini e per quelli che prendono come punto di partenza l’antagonismo del contadino nei confronti del padrone, il peto è più che evidente- E’ parte di un mondo d’insubordinazione nascosto, nascosto per quelli che esercitano il potere e per quelli che, per formazione o per propria convenienza accettano i paraocchi del potere.

La materialità dell’anti-potere si trova non solo nella lotta di quelli che sono vittime della repressione, ma anche nella battaglia dello stabilire ciò che è represso. Qui ci troviamo forse di fronte a un problema di visibilità ancora più profondo. Mentre quelli che sono in rivolta sono relativamente visibili, ciò per cui si combatte può essere difficile da individuare. La sfida teorica è poter guardare la persona che ci cammina accanto in strada o che sta seduta vicino a noi sull’autobus e percepire il vulcano soffocato dentro di loro.

Vivere in una società capitalista non ci converte necessariamente in insubordinati, però necessariamente implica che la nostra esistenza stessa venga straziata dall’antagonismo fra subordinazione ed insubordinazione.

Vivere nel capitalismo vuol dire che la nostra è un’esistenza straziata.

Non è semplicemente collocarci da una parte nell’antagonismo fra classi, ma anche che l’antagonismo classista divide ognuno di noi. Può darsi che non siamo ribelli, però la ribellione esiste dentro ad ognuno di noi, come vulcano soffocato, come proiezione di un futuro possibile, come l’esistenza attuale di quello che Finora-Non-esiste, come frustrazione, come il Principio del Piacere represso, come la non-identità che di fronte la ripetuta insistenza del capitale e dello Stato capitalista che siamo lavoratori, studenti, spose, messicani, francesi, irlandesi, risponde:

non siamo, non siamo, non siamo, non siamo quello che siamo e siamo quello che non siamo”.

Questo è il significato del concetto della dignità: la ribellione che esiste dentro ad ognuno di noi, la lotta per l’umanità che ci viene negata, la lotta contro la mutilazione dell’umanità che siamo.

La dignità è una lotta intensamente vivida che riempie il dettaglio della vita quotidiana. Molte volte la lotta della dignità non è apertamente insubordinata ma piuttosto non subordinata, molte volte viene interpretata come qualcosa di privato che non ha nessun significato politico o anti-capitalista. Senza dubbio la lotta non subordinata per la dignità è il substrato materiale per la speranza. E’ il punto di partenza, teoricamente e politicamente.

Probabilmente nessuno è stato così sensibile alla forza e all’onnipresenza dei sogni repressi come Ernst Bloch che nei tre tomi del Principio Speranza segue la linea delle forme multiple di proiezione verso un futuro migliore, l’esistenza attuale del Finora-No, nei sogni, nelle favole, nella musica, nella pittura, nelle utopie politiche e sociali, nell’architettura, nella religione: tutte testimonianze della presenza dentro di noi della negazione del presente, dell’impulso verso un mondo radicalmente diverso, della lotta per camminare “dritti”.

L’anti-potere non esiste solamente nelle lotte aperte e visibili degli insubordinati. Esiste , in forma problematica e contraddittoria (anche se ogni tipo di lotta è problematica e contraddittoria), nelle frustrazioni quotidiane di tutti, nella lotta quotidiana per mantenere la nostra dignità di fronte al potere, la lotta quotidiana per mantenere e riaffermare il controllo sopra le nostre vite. L’anti-potere si trova nella dignità dell’esistenza quotidiana. L’anti-potere abita nelle relazioni che formiamo tutto il tempo, relazioni di amore, di amicizia, di militanza, comunità, cooperazione. Ovviamente, data la natura della società nella quale viviamo, queste relazioni sono impregnate dal potere, però l’elemento di amore, amicizia, militanza etc., consiste nella nostra costante lotta per stabilire queste relazioni non come relazioni di potere ma come relazioni di riconoscimento mutuo della dignità di ciascuno.

Il peto del contadino etiope, sicuramente non fa cadere il padrone dal cavallo, però forma parte di un substrato di negatività che, seppur generalmente invisibile, può esplodere in momenti di tensione sociale. Questo substrato di negatività è la materia di cui sono fatti i vulcani sociali. Questa cappa di non-subordinazione inarticolata senza volto, senza voce, è la materialità dell’anti-potere, la base della speranza.

L’onnipresenza della non-subordinazione non è solamente la speranza per il futuro, ma anche la debolezza attuale della dominazione, la contraddizione del capitale. Qui incontriamo un’altra barriera di visibilità, una che non è stata superata dalla sociologia (etc) radicale, come questa normalmente viene concepita. La sociologia radicale, per quanto si focalizzi nell’insubordinazione, si concentra nel soggetto dell’insubordinazione. Inoltre l’insubordinazione è parte di una relazione. L’insubordinazione ha senso solo in un contesto di subordinazione. Per investigare la materialità dell’insubordinazione, pertanto, dobbiamo focalizzarci non solo nell’insubordinato ma anche nella maniera in cui l’insubordinazione si riflette dentro alla subordinazione. E’ chiaro che il potere penetra l’anti-potere, che noi, il cuore represso però ribelle del vulcano, siamo danneggiati dalla repressione; però anche il contrario è vero.

Se il potere si riproduce dentro alla sua negazione, l’anti-potere, è ugualmente certo che l’anti-potere si riproduce dentro alla sua antitesi, il potere.

III

Non siamo soli”

La penetrazione del potere da parte dell’anti-potere è la sostanza della teoria della crisi.

L’idea che la teoria della crisi è importante come appoggio alla lotta contro il capitalismo non è nuova. All’interno della tradizione marxista si è sempre teorizzato che il marxismo rafforza la lotta per il socialismo mostrando che la possibilità di costruire un altro tipo di società attecchisce già nelle contraddizioni del capitalismo e che questa contraddizioni si concentrano nella crisi. I marxisti hanno sempre visto nella crisi una conferma del fatto che non siamo soli.

Tuttavia ci sono due maniere di intendere questo “non siamo soli”. La tradizione ortodossa vede nella crisi un’espressione delle contraddizioni oggettive del capitalismo: non siamo soli perché le contraddizioni oggettive sono dalla nostra parte, perché le forze della produzione sono dalla nostra parte, perché la storia sta dalla nostra parte. Da questa prospettiva la nostra lotta trova sostegno nello sviluppo oggettivo delle contraddizioni dell’economia capitalista. Quando le contraddizioni si manifestano in una crisi, si apre un’opportunità per la lotta, si apre la possibilità di convertire la crisi economica in crisi sociale e di creare la base per la conquista rivoluzionaria del potere. Il problema con questo approccio è che tende a deificare l’economia (o la storia delle forze di produzione), creando una forza che va aldilà dell’agire umano e che sarà la nostra salvatrice. Inoltre quest’idea della crisi come espressione delle contraddizioni oggettive del capitalismo è il complemento di una concezione che vede la rivoluzione come la presa del potere invece di vedere nella crisi e nella rivoluzione una disintegrazione delle relazioni di potere.

L’altra maniera di interpretare questo “non siamo soli” è concepire la crisi come espressione della forza della nostra opposizione al capitale. Non ci sono “contraddizioni oggettive”: noi e solo noi siamo la contraddizione del capitalismo.

La storia non è la storia dello sviluppo delle leggi della produzione capitalista ma la storia della lotta fra classi. Non esiste nessun dio, ne’ denaro, ne’ capitale, ne’ le forze di produzione, ne’ la storia. Non abbiamo bisogno di nessun dio, noi siamo gli unici creatori, gli unici salvatori possibili, gli unici colpevoli.

La crisi dunque, bisogna concepirla non come una opportunità che ci viene presentata dallo sviluppo oggettivo delle contraddizioni del capitalismo, ma come espressione della nostra forza, della nostra capacità di smantellare le relazioni di potere. In questo caso ridiventa possibile pensare la rivoluzione non come la presa del potere ma come lo sviluppo dell’anti-potere che già esiste come sostanza della crisi.

Però come possiamo dire che la crisi è l’espressione della forza della nostra opposizione al capitale, soprattutto ora, nel momento in cui la classe operaia ha sofferto così tante ed enormi sconfitte negli ultimi vent’anni? Anche qui ci sono due forme di rispondere. Il primo approccio considera che la crisi è il risultato della lotta aperta: l’argomento è che, a dispetto delle sconfitte molto evidenti della classe operaia e dei movimenti rivoluzionari, si sono prodotte anche moltissime lotte di ogni tipo contro il dominio capitalista, delle quali due delle più importanti sono senza dubbio il movimento dei Sem Terra in Brasile e la sollevazione zapatista in Messico.

Il secondo approccio dice che, è sicuro che ci sono state lotte molto importanti negli ultimi anni, ma che non sono sufficienti per spiegare la crisi attuale del capitalismo. Per intendere la crisi come espressione della nostra forza, bisogna guardare aldilà delle lotte aperte e visibili. Bisogna guardare l’invisibile (ed è per questa ragione,chiaramente, che bisogna guardare il mondo con occhi vulcanici).

La forza delle nostre lotte si deve intendere nel contesto della dinamica della relazione di lotta fra capitale e lavoro. La chiave per capire questa dinamica è il fatto che l’esistenza del capitale dipende dal lavoro. Se il capitale non riesce a convertire l’attività della gente in lavoro per il capitale, ecco che cessa di esistere. Questa è una relazione dinamica nella quale il capitale prova tutto il tempo a liberarsi della propria dipendenza rispetto al lavoro. Perché? Perché i lavoratori sono poco affidabili, perché i subordinati sono sempre insubordinati. Il capitale scappa dall’insubordinazione del lavoro (ciò che Marx chiama “ la mano ribelle del lavoro”),sia cercando cercando modi di espandersi senza avere un contatto con il lavoro,(come nella speculazione finanziaria), sia sostituendo il lavoro vivo con le macchine(perché sono più affidabili, più subordinate). Questo è quello che Marx chiama la produzione di plusvalore relativo, cioè la produzione progressiva del ruolo del lavoro vivo nella produzione

La fuga del capitale davanti al lavoro, tuttavia, porta con se nuovi problemi, giacché l’unica maniera in cui il capitale, nel suo complesso, può espandersi è attraverso lo sfruttamento del lavoro vivo, l’eliminazione relativa del lavoro dal processo di espansione implica che il capitale deve intensificare lo sfruttamento costantemente: se non lo fa, cade il saggio di profitto, come ha indicato Marx nella sua discussione sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. Per intensificare lo sfruttamento del lavoro, deve anche intensificare la subordinazione di tutte le condizioni sociali che lo circondano e sopra le quali dipende la conversione della vita in lavoro capitalista. L’esistenza del capitale dipende quindi non solamente dal lavoro subordinato ma anche dall’intensificazione costante della subordinazione. Ciò che si manifesta durante la crisi è l’incapacità da parte del capitale di imporre sufficientemente l’intensificazione della subordinazione che la riproduzione del capitale necessita. Questa incapacità è il risultato in parte dell’opposizione aperta e costante al capitale,(le lotte che abbiamo citato),e inoltre non dell’insubordinazione aperta ma della non- subordinazione silenziosa, della determinazione della gente di vivere una vita che essi considerano umana,del rifiuto negativo e silenzioso, dell’opposizione quotidiana alla conversione in macchine. Questa non subordinazione non appare apertamente come rifiuto della subordinazione: appare piuttosto in forma feticizzata come contraddizione economica, come problema di produttività, come inflazione, come caduta del saggio di profitto, in breve come crisi.

IV

Indebitati e subordinati”

Si può dire che una crisi esiste quando l’insubordinazione o la non subordinazione della vita umana ostruisce l’intensificazione dello sfruttamento necessario per la riproduzione del capitale a tal punto che la redditività del capitale è seriamente intaccata. Attraverso il processo di crisi, il capitale cerca di riorganizzare la sua relazione con il lavoro in forma tale che si restauri il saggio di profitto. Questa riorganizzazione implica la mobilitazione di ciò che Marx chiama le controtendenze alla caduta tendenziale del saggio di profitto. Questa mobilitazione delle controtendenze include tipicamente i diritti sindacali, l’intensificazione del lavoro di coloro che ancora hanno un lavoro, un’intensificazione della concorrenza fra capitali e dei conflitti fra gli Stati, tagli alla spesa pubblica in educazione, salute e sicurezza sociale, un cambiamento pertanto nella relazione fra giovani e vecchi, fra donne e uomini, fra bambini e adulti, un cambiamento anche nella relazione fra differenti aspetti di noi stessi, etc.

A seconda del grado in cui il capitale riesce ad imporre i cambiamenti di cui ha bisogno, risulta un nuovo livello di subordinazione della vita al capitale.

Tutto il processo di crisi implica un confronto diretto fra il capitale e il lavoro, o fra il capitale e l’insubordinazione più aperta e un’intensificazione dei problemi del capitale: i conflitti attuali nelle università messicane e argentine sono un esempio. I pericoli di uno scontro aperto sono ancora più evidenti dalla prospettiva dei capitali individuali o degli Stati singoli i quali corrono il rischio di perdere nella concorrenza intensificata che implica uno scontro aperto.

Il capitale pertanto può avere un interesse nell’evitare o nel modificare lo scontro con le forze dell’insubordinazione.

La maniera principale di evitare lo scontro diretto è attraverso l’espansione del credito.

I capitali in difficoltà cercano di sopravvivere attraverso i prestiti. I governi che hanno problemi economici e sociali cercano di evitare scontri con la popolazione attraverso di prestito. I lavoratori cercano di alleviare gli effetti della crisi incipiente attraverso di prestiti. Tutti cercano di estendere il valore aldilà del suo limite. L’aumento della domanda di prestiti si unisce ai problemi causati dall’insubordinazione nella produzione per creare una situazione nella quale diventa più attraente per i capitali investire il proprio denaro nei mercati finanziari che nella produzione. Si può guardare all’espansione del credito come ad un aspetto normale della crisi. Durante quella che si potrebbe chiamare la crisi classica l’espansione del credito raggiunge un punto in cui, per mancanza di scontro con l’insubordinazione, non c’è produzione sufficiente per pagare i debiti e sempre più debitori non possono rispettare le scadenze, i creditori cominciano a fallire e la crisi esplode in tutta la sua intensità, con tutte le implicazioni di scontro sociale che ciò implica. Questo processo classico di crisi verrò modificato, tuttavia, se esiste qualche “presta-soldi dell’ultima ora” che possa mantenere l’espansione del credito ad un livello tale che si eviti il collasso.

L’espansione del credito pospone o prolunga il processo di scontro fra capitale e insubordinazione. Inoltre modifica il processo di crisi su due aspetti importanti. Primo introduce un elemento di controllo cosciente o se vogliamo di amministrazione, nel processo. Le banche per esempio, non seguono l’ordine cieco del mercato nel trattare con i propri debitori in morosità. Discriminano fra debitori dando più tempo ad alcuni(i debitori più grandi, a volte gli amici o coloro che vengono da un ambiente sociale accettabile), usando la minaccia della coazione per imporre la disciplina con altri(un piano di pagamento mensile sennò. . .) e in altri casi utilizzando la coercizione immediata per recuperare il debito(attraverso il pignoramento di case, di auto, favorendo bancarotte etc).

In secondo luogo, inoltre, l’espansione e l’amministrazione del debito non implicano che tutto il processo diventi più prevedibile: al contrario, l’aumento della mobilità del capitale che l’espansione del debito implica, fa si che tutto il processo sia più volatile.

V

La negazione quotidiana”

Gli ultimi cinquant’anni hanno visto un cambiamento nella forma crisi. Come risultato dell’intensità dell’onda di lotta associata con la rivoluzione russa e la distruzione enorme provocata dalla crisi 1929-1945, c’è stato un cambio importante nel regime di scontro fra capitale e lavoro (o più genericamente fra capitale e insubordinazione). L’espansione del credito è arrivata ad essere un aspetto così centrale nel processo di crisi que è impossibile parlare della “crisi di fine secolo” senza parlare di credito.

Gli Stati del mondo, singolarmente e congiuntamente, hanno assunto sempre più attivamente il ruolo di “presta-soldi dell’ultima ora”, intervenendo per promuovere e mantenere l’espansione del credito ogni volta che un collasso del credito minaccia di provocare una distruzione sociale grave. Gli Stati hanno assunsero questo ruolo prima sotto l’intensa pressione sociale e con l’appoggio teorico delle opere di Keynes e altri. Quando la situazione cambiò e con essa la “marea” della teoria economica, gli Stati si resero conto che l’espansione del credito era diventato un aspetto così centrale nel funzionamento, che una restrizione acuta del credito avrebbe provocato un disastro sociale. Questa fu la lezione della cosiddetta crisi del debito del 1982, quando il tentativo da parte del governo statunitense di restringere il credito per mezzo di un innalzamento del tasso d’interesse provocò la minaccia nella sospensione dei pagamenti di alcuni dei debitori più grandi (Messico, Argentina, Brasile), cosa che avrebbe potuto distruggere gran parte del sistema bancario mondiale. Da li in poi, il ruolo del credito e del debito è diventato sempre più centrale. Questo si può ritrovare soprattutto nella crescita esplosiva dei mercati dei derivati, dei buoni e delle azioni negli anni ottanta e in misura ancora maggiore negli anni novanta.

Questa espansione del ruolo del credito porta due conseguenze che sono cruciali per la comprensione della crisi di fine secolo. In primo luogo, significa che i tentativi di gestire la crisi con mezzi politici assumono una nuova importanza. A livello nazionale e internazionale, lo scontro con l’insubordinazione è gestito selettivamente. Nello stesso modo che un direttore di una banca di fronte al problema di pagamenti irrecuperabili, gli Stati e le agenzie internazionali come i l Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale o il Gruppo degli Otto, discriminano fra debitori. Dipendendo dalla posizione e dalle conseguenze possibili di una coercizioni aperta (e della volontà di partecipare in avventure militari con la NATO), gli Stati debitori sono trattati con maggiore o minore indulgenza. In ogni caso si utilizza il debito, che è normalmente espressione diretta o indiretta di mancanza d’insubordinazione, per imporre la disciplina sociale, la subordinazione alla logica del capitale, anche se non sempre ciò avviene con buoni risultati. Nelle università di Messico e Argentina abbiamo un’esperienza molto evidente di come si usi il debito per imporre la disciplina sociale e anche la forma nella quale il risultato di tale azione dia luogo ad una nuova onda di insubordinazione sociale.

Nonostante gli elogi al mercato fatti dalla gente che gestisce ed appoggia questo processo di amministrazione del debito, l’amministrazione del debito è molto lontana dall’essere un’ operazione di mercato.

E’ esattamente il suo contrario: l’amministrazione del debito che oggi gioca un ruolo così importante nel mondo,nasce precisamente perché un’operazione di libero mercato darebbe luogo ad un livello così elevato di conflitto sociale, ad un’onda di insubordinazione così forte, che la sopravvivenza del capitalismo sarebbe messa in discussione.

Ciò che ha preso il suo posto è un conflitto controllato nel quale i controllori del debito prendono solamente le decisioni che essi considerano socialmente e politicamente applicabile. Il risultato è una crisi posposta, prolungata, frammentata nella quale si evita il conflitto totale, nella quale le implicazioni complete della crisi si sentono solamente in certi paesi e regioni mentre gli altri si godono ciò che chiamiamo prosperità. L’impatto della crisi è sempre dispari, giacché alcuni dei paesi e dei capitali escono vincenti dal conflitto che implica la crisi, però queste disparità si accentuano per il ruolo che gioca l’amministrazione del debito. In alcune aree ci sono cadute catastrofiche della qualità della vita mentre in altre si parla di “economia dei Riccioli d’oro” e di “un nuovo paradigma” nel quale il problema della crisi è risolto.

L’amministrazione della crisi nasconde un problema per il capitale. Durante tutto questo processo non c’è uno scontro parziale con l’espansione del debito e pertanto con l’insubordinazione o non subordinazione che il capitale ha bisogno di eliminare.

Il capitale per raggiungere un certo livello di stabilità deve produrre più plusvalore, deve sfruttare il lavoro più intensamente, ha bisogno di eliminare l’insubordinazione e la non subordinazione che gli impedisce di farlo. L’espansione continua del debito suggerisce che non ci sta riuscendo. Nonostante i conflitti parziali, la riproduzione del capitale dipende ogni giorno di più dall’espansione del credito. In parte quest’espansione del credito è stimolata dal processo stesso di amministrazione.

I grandi debitori (i grandi Stati, le grandi industrie e soprattutto le grandi banche) imparano attraverso il processo di amministrazione che sono “ troppo grandi perché gli sia permesso fallire” e che gli Stati e le agenzie internazionali non possono permettere che collassino, date le conseguenze sociali ed economiche che un collasso simile comporterebbe. Per tanto sanno che, non importa quanto irresponsabile sia il proprio comportamento, non importa quanto si indebitino per massimizzare a tutti i costi i profitti, non importa perché saranno salvati dallo Stato o dalle agenzie internazionali. Il tentativo di imporre la disciplina di mercato è ciò che mina nello stesso tempo questa disciplina. Questo problema è il cosiddetto “moral hazard” ( azzardo morale) che oggigiorno sta al centro dell’amministrazione del debito.

In secondo luogo, la crisi, per il fatto di essere amministrata, diventa più e non meno imprevedibile. Sarebbe totalmente falso pensare che “amministrazione della crisi” voglia dire che la crisi è sotto controllo. Mentre all’epoca di Marx l’incidenza della crisi seguiva uno schema più o meno prevedibile, questo non è il caso attuale. L’espansione del credito e l’auge nell’importanza del capitale in forma di denaro che questo comporta significa che c’è un aumento enorme nella rapidità e nel volume del movimento del capitale. Invece di dirci che l’imprevedibilità del capitale è superata, l’espansione e l’amministrazione del credito ci suggeriscono che la crisi è mediata dal movimento rapido e volatile del denaro. Da qui la serie di crisi finanziarie che hanno colpito il mondo negli ultimi anni: la crisi del debito del 1982, la crisi tequila del 1994/95, la crisi del sud-est asiatico del 1997/98 , la crisi del rublo del 1998, la crisi samba del 1998. In ognuno di questi casi gli amministratori sono riusciti a restringere l’impatto della crisi, solitamente con un costo enorme per le vittime della crisi: però in ognuno di questi casi è esistito il rischio di una crisi “sistemica”, di una crisi finanziaria mondiale. E’ probabile che queste crisi continuino, che diventino più frequenti e severe, sebbene sia difficile sapere dove capitino, se sarà in Cina o (più probabilmente) se sarà il collasso della borsa di Wall Street; non possiamo nemmeno dire quando avverranno fino a che punto potranno contenerle gli amministratori della crisi.

Tutto questo fa paura se non teniamo presente che non siamo le vittime della crisi.

La crisi prolungata non è altro che il segno della presenza corrosiva della nostra ordinaria e quotidiana negazione di subordinare la nostra vita al capitale.

* Traduzione curata da Giovanni Cattaruzza